Togo,
(Enzo Migneco) nasce
nel 1937 a Milano ove vive e lavora.

Dipinge dal 1957 mentre è alla fine degli anni ’60 che inzia la sua
ricerca nel campo dell’incisione. La prima
mostra importante è alla Galleria 32, a Milano, nel 1967, presentata
da Raffaele De Grada, alla quale, nel capoluogo lombardo, seguiranno
personali alla Galleria Diarcon, Palmieri, Annunciata, Palazzo
Sormani, Aleph, Bonaparte, Università Bocconi, Studio d’Arte
Grafica, Il Torchio, Centro dell’Incisione presentate via via da
Enzo Fabiani, Paolo Volponi, Alberto Cavicchi, Paolo Bellini,
Giorgio Seveso, Luciano Caramel, Vincenzo Consolo, Tommaso Trini,
Sergio Spadaro, Gianni Pre, Francesco Poli. Nel 1982 espone a
Palazzo dei Diamanti di Ferrara, a Wroclaw in Polonia e ad Helsinki
in Finlandia. Nel 1989 la città di Messina gli dedica un’antologica
curata da Lucio Barbera e nel catalogo, delle Edizioni Mazzotta,
appaiono i testi critici dello stesso Barbera, di Paolo Bellini e
Luciano Caramel. Nel 1999 espone 20 tele al Parlamento Europeo di
Bruxelles. Nel 2000 gli viene assegnato, a Roma, il Premio
“Antonello da Messina” per le Arti Figurative. Nel 2007 espone a
Villa Genovesi, S. Alessio, presentato in catalogo da Giovanna
Giordano e nel novembre dello stesso anno è, con Alvaro, al Museo
della Permanente di Milano. La testimonianza in catalogo è di Angela
Manganaro. Dal 1999 al 2004 è stato titolare della Cattedra di
Incisione presso l’Accademia di Belle Arti “Aldo Galli” di Como. Per
l’Associazione “Roberto Boccafogli”, con Sara Montani, è docente e
responsabile del laboratorio “La Stamperia” de “La Fabbrica del
Talento”, centro di attività espressive e socializzanti promosso
dall’Università Cattolica di Milano.
(…) Come un uccello, libero e dalla
vista acuta, l’artista sorvola il suo paesaggio, con i suoi rilievi
e le sue profondità, misura le cose alte e basse, vede i colori e
cattura le sfumature, distingue ogni particolare. Ma poi quasi si
ritrae e lascia che sia la natura a spontaneamente deporsi sulla
tela. Cioè a farsi pittura. Si ritrae, Togo, perché vuole che la sua
pittura sia naturale come la natura. Ma è lì a governare tutto, con
una grande sapienza costruttiva, frutto di un lungo e serio lavoro
che proprio nella sua piena maturità ha conosciuto, e vive, il
massimo splendore. Come uno spettatore, guarda che la natura si
faccia pittura; ma come un abile regista, muove la mano perché ciò
avvenga. Così la sua pittura, di straordinaria veemenza e felicità,
che sembra avere alle spalle la grande stagione fauve, la gioia
matissiana, l’espressionismo astratto, e il colorismo di Gauguin,
senza nulla perdere di un impeto quasi gestuale, si snoda secondo
una struttura e un ritmo al tutto disciplinati. Sono piani che si
sovrappongono, accostamenti di colori impensabili eppure armonici,
resi con un particolare tipo di olio in barre che, a seconda
dell’imprimitura della mano, si addensano e si sovrappongono in
sottili trasparenze o si ammorbidiscono fino a sfiorare la
delicatezza satura del pastello. Quel che si vede non è più un
“paesaggio”, ma una sensazione, una pura astrazione della mente e
dell’anima, dell’immaginazione e della memoria. Ci si rende conto
allora che il grande merito di Togo non è quello di trasferire la
natura in pittura, ma, al contrario, di costringere la pittura a
farsi natura. Ed è proprio la “pittura”, più che il mare e i limoni
di Briga ai quali spesso torna, ad essere l’unico e mai abbandonato
“paesaggio” di Togo. Lì respira, si muove e vive l’artista, accecato
dalla luce mediterranea, con i suoi occhi che si assottigliano e si
sgranano per vedere sempre meglio. Il suo paesaggio è astratto, come
una sensazione colorata che in sé serba le cose viste e sognate, e
le visioni che si possono solo immaginare a occhi chiusi. Quando il
sole assola e quando la notte annotta.
Dalla testimonianza di Lucio Barbera nel
catalogo della mostra.
Scarica il Catalogo in PDF